Le major dell’industria dell’intrattenimento lamentano danni colossali derivanti dalla condivisione in Rete di materiale protetto da copyright e mettono in guardia: entro breve non ci sarà più disponibilità di opere perché nessuno vorrà realizzarle. Quanto c’è di vero in queste affermazioni?


“…e la terra si aprirà, e gli oceani ribolliranno, e dai cieli pioverà fuoco, e il Sole si oscurerà, e la Grande Bestia sorgerà… se non fermiamo la pirateria su Internet!”.

Questa battuta, apprezzata in centinaia di varianti sia all’interno di gruppi antipirateria sia all’interno di movimenti anti-antipirateria, esemplifica bene il livello parossistico al quale il dibattito e la legislazione occidentale sul copyright e sul copyright enforcement sono giunti (si veda anche la nostra serie di articoli “Ai confini del copyright“).

Recentemente, il Comitato Tecnico contro la pirateria digitale ha affermato, per bocca di suoi rappresentanti, che i danni complessivi, causati all’industria dell’intrattenimento dalla pirateria digitale, in Italia ammontano a 1 miliardo di euro all’anno, per correggere dopo poche settimane tale cifra e portarla a 2 miliardi in occasione delle audizioni, fino a ritoccarla addirittura a 5 miliardi di euro ad un convegno di fine aprile presso la Camera dei Deputati organizzato da Altroconsumo.

Da dove vengono questi dati? Su quali ricerche si basano? Quali formule vengono utilizzate, oltre alla classica “1 download di un brano=mancato sicuro acquisto di tutto l’album” e “1 download di 1 film=mancato sicuro acquisto di biglietto cinematografico e DVD o BluRay”? Perché i dati variano sostanzialmente da un mese all’altro? Si tratta di una serie di domande che raramente trovano risposta, o che trovano risposta in ricerche di mercato commissionate dalle stesse parti in causa, cioè etichette discografiche, associazioni di distributori di film, federazioni antipirateria.

Da un punto di vista puramente qualitativo, notiamo che il trend dell’offerta di intrattenimento non corrobora per ora gli ammonimenti delle major: a fronte del più alto tasso di pirateria mai registrato nella storia dell’umanità (si veda questo articolo), assistiamo ad un aumento di offerta proveniente anche da canali del tutto avulsi da quelli dei “tutti i diritti riservati”. Per esempio, le opere rilasciate sotto licenze CC, GPL, LGPL e altre completamente free, hanno raggiunto un numero stimato (sommando software, musica, video, lungometraggi e opere letterarie)  dell’ordine dei milioni (per una stima dell’ordine di magnitudo, si veda archive.org), mentre il fatturato annuo globale dell’industria dell’intrattenimento ha subito un’impennata dal 1999, l’”annus mirabilis” in cui nacque Napster.

Dopo tali e tanti dubbi in merito alle affermazioni delle major dell’intrattenimento, abbiamo deciso di raccogliere quanti più studi possibile selezionati con le seguenti due caratteristiche imprescindibili:

  • che non fossero commissionati e/o realizzati da soggetti in qualsiasi modo legati all’industria dell’intrattenimento
  • che non fossero commissionati e/o realizzati da soggetti in qualsiasi modo legati al mondo del file sharing illegale e/o a movimenti anti-antipirateria

La lunga ricerca, integrata al termine con il lavoro analogo e ancora più ampio condotto in parallelo e indipendentemente da La Quadrature du Net, ha dato risultati che sarebbe riduttivo definire interessanti. Non solo non esiste una sola ricerca indipendente che corrobori i dati delle major, ma addirittura ricerche scorrelate fra di loro e condotte in zone geograficamente molto diverse indicano che il mercato dell’intrattenimento ottiene consistenti benefici economici dalla pirateria digitale priva di scopo di lucro.

Il risultato è talmente incompatibile con le dichiarazioni delle major che lasciamo che a parlare siano le ricerche stesse.

Poniamo quindi una domanda, la cui risposta potrà essere ovvia per alcuni, ma su cui comunque ritorneremo presto: perché, se la pirateria senza scopo di lucro non è dannosa o è addirittura benefica per le stesse major dell’intrattenimento, queste la combattono con tale e tanto fervore?

Paolo Brini
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