Times Labs Blog pubblica un’analisi che dimostra che i proclami dell’industria dell’intrattenimento, secondo i quali il declino delle vendite di musica registrata implica perdite di guadagno per gli artisti, sono falsi.
Con il titolo “Gli artisti della musica incassano meglio in un mondo con file sharing illegale?” il team di Times Labs Blog, del prestigioso quotidiano inglese Times, pubblica un articolo che rappresenta una smentita fattuale sia delle teorie fantastiche e fantasiose che attribuiscono al file sharing illegale un declino dei guadagni degli artisti musicali, sia di quelle secondo le quali gli artisti stessi sarebbero danneggiati economicamente dal calo delle vendite della musica registrata su supporti fisici.
Le conclusioni dell’analisi rappresentano un’importante conferma degli studi precedenti che avevamo raccolto nell’articolo “Pirati, samaritani, artisti e mascherine”, ma hanno una portata molto più ampia, perché mostrano che gli artisti guadagnano di più in un mondo in cui la vendita di musica registrata su supporti fisici è in diminuzione.
Basata su una tabella pubblicamente accessibile, l’analisi considera i dati del Regno Unito forniti da BPI, ed è quindi estremamente significativa, alla luce della diffusione massiccia del file sharing nella popolazione inglese e alla primaria importanza del mercato musicale britannico nell’Unione Europea.
Essa “mostra l’andamento dei tre principali pilastri delle rendite dell’industria musicale – musica registrata, musica dal vivo e rendita da PRS (royalties raccolte per conto degli artisti quando la loro musica è eseguita in pubblico) negli ultimi 5 anni. Abbiamo diviso ogni categoria in due sotto-categorie cosicché, per ogni porzione di rendita, potete vedere la percentuale che va all’artista e la percentuale che va da altre parti“.

Il dato indubbiamente più importante concerne le rendite degli artisti che sono considerevolmente aumentate negli ultimi 5 anni nonostante la diminuzione delle vendite dei dischi (la linea blu mostra la rendita che va agli artisti); il motivo principale è dovuto all’incremento sostanziale delle rendite da performance dal vivo. Un altro dato parimenti significativo riguarda le rendite totali per l’industria musicale: anche queste hanno continuato ad aumentare. Pertanto, quando le major della musica affermano che “l’industria musicale” soffre per il file sharing illegale, farebbero invece meglio a dire che le etichette musicali ne soffrono.
Dal 2004 abbiamo assistito alla nascita e al successo di client per il p2p tecnologicamente più evoluti ed efficienti dei precedenti, utilizzabili anche dall’utente meno esperto, e alla diffusione del p2p come fenomeno di massa. In questi 5 anni, gli artisti musicali hanno ottenuto rendite sempre più elevate in un trend che non accenna a fermarsi e non sembra essere ostacolato nemmeno dalla grave crisi economica mondiale esplosa nell’ultimo trimestre del 2008.
Alla luce di questi fatti, gli artisti dovrebbero cominciare a guardare con attenzione e sospetto a chi, volendo fermare il file sharing, potrebbe provocare loro un consistente danno economico.
5 Responses
Pingback by YBlog
15 novembre 2009 alle 02:52
[...]I dati che le major della musica vorrebbero nascondervi [...]
Commento by mex
27 novembre 2009 alle 15:55
non c’é nulla di arcano…
Se noti, le revenue agli artisti per supporti registrati (linea azzurrina) é anch’essa in calo.
Cosa dimostra qual grafico é una cosa risaputa, ossia che gli artisti guadagnano una % piú alta (perché nulla va alle major/etichette) dei soldi di diritto d’auotre, e prima di tirare in ballo il caso Lady Gaga, tenete a mente che qui si parla non solo di revenue su streaming digitale da UN sito ma gli incassi dei diritti d’atuore per OGNI passaggio pubblico (radio, TV, concerti etc…)
É ovvio, che chi é piú danneggiato dal mancato acquisto di supporti/download digitali sono le major e di conseguenza le etichette, in quanto sono la loro unica fonte di guadagno.
Il punto, é che senza le major e le etichette, un artista non riuscirebbe a organizzare quei concerti ed avere quei passaggi pubblici in radio (chi promuove la sua musica?) TV (chi gli produce il video?) concerti (chi gli organizza il concerto?) che lo fanno guadagnare.
L’articolo poi si chiude in maniera ridicola:
““l’industria musicale” soffre per il file sharing illegale, farebbero invece meglio a dire che le etichette musicali ne soffrono.”
Infatti! é chi se non le etichette sono “l’industria musicale” ?
Adesso i “cantanti” sarebbero degli “imprenditori dell’industria musicale?”
Commento by Paolo Brini
28 novembre 2009 alle 16:05
@mex
I dati mostrano che in un mondo in cui il p2p di materiale protetto da copyright è diventato fenomeno di massa, gli artisti guadagnano di più. Questo è il punto fondamentale.
Sono d’accordo che non ci sia nulla di arcano: gli unici che continuano a intorbidire le acque sono i dirigenti e gli avvocati delle major che sostengono l’opposto della realtà, cioè dicono che gli artisti guadagnano oggi di meno per colpa del p2p.
Non comprendo bene il senso del tuo riferimento a Lady Gaga, ti faccio solo notare, sempre che sia pertinente con quello che affermi, che in Europa il 60% degli artisti iscritti ad una qualche collecting society non riprende dal diritto d’autore nemmeno i soldi dell’iscrizione annua.
Per quanto riguarda la chiusura dell’articolo, che accusi addirittura di essere “ridicola”, ti faccio notare che no, l’industria musicale non si identifica affatto con le etichette musicali: il sogno delle big four di mantenere un controllo del 90% del mercato tramite il ferreo controllo di centinaia di artisti e i passaggi radiofonici e televisivi è ormai un’illusione.
L’industria musicale sta generando notevoli profitti, sia che gli artisti diventino imprenditori di se stessi, sia che si affidino a realtà che si basano su modelli di business completamente slegati da quelli obsoleti delle major, che sono indipendenti dalle etichette. Per quanto poi riguarda i “contenuti musicali”, e quindi qualcosa che ha più a che fare con l’arte e meno con l’industria, anche facendo un’analisi puramente quantitativa le major ne iniettano in Internet una percentuale insignificante rispetto alla totalità, e temo che sia questo uno dei veri motivi per cui esse bramano un’Internet chiusa.
Meglio poi calare un velo pietoso sull’analisi qualitativa.
Mi chiedo se le tue affermazioni non nascondano in realtà le vere paure delle major, che sono quelle di non riuscire a fermare:
- l’emorragia di artisti che non firmano più contratti con loro,
- la progressiva trasformazione dei passivi fruitori di contenuti in attivi creatori;
- il desiderio di tagliare gli intermediari parassiti nel modello di business attuale.
C’è anche da dire che dalle ultime affermazioni della RIAA e della MPAA indirizzate alla WIPO, emerge un altro terrore (scriveremo presto un articolo in merito): e cioè che la nuova consapevolezza dei mezzi tecnici messi a disposizione da Internet favorisca una presa di coscienza in merito alla necessità di riformare il copyright.
Un esempio fra i tanti modelli di business possibili vantaggiosi per gli artisti e che tagliano fuori i parassiti è ovviamente la piattaforma Jamendo, di cui abbiamo scritto in passato qui:
http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=2978
Pingback by YBlog
24 dicembre 2009 alle 15:07
[...] private, ma su semplici presunzioni [si vedano anche questi articoli pubblicati da ScambioEtico: I dati che le major vorrebbero nascondervi e Pirati, samaritani, artisti e mascherine]; * non tiene in alcuna considerazione l’esistenza di [...]
Pingback by ScambioEtico
9 aprile 2010 alle 22:27
[...] casi la pirateria digitale non a scopo di lucro è benefica per il mercato. Un altro interessante studio del Times mostra come in presenza di file sharing illegale gli artisti incassino di [...]
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