Le leggi draconiane adottate in Corea del Sud da alcuni mesi non stanno dando i risultati sperati dall’industria del copyright, che ora chiede una legislazione ancora più dura.
La Corea del Sud è stato il primo paese del mondo ad aver introdotto, nel luglio 2009, delle leggi per combattere la pirateria online che prevedono la risposta graduale (disconnessione per gli utenti alla terza segnalazione di violazione di copyright e carcere per gli uploader), l’oscuramento dei siti che per 3 volte ospitano contenuti coperti da copyright e il divieto di inserimento anonimo in rete di qualsiasi contenuto.
Il primo risultato della legge è stato il ritiro volontario di YouTube dal paese: Google ha chiuso i server coreani di YouTube, per l’evidente impossibilità tecnica di identificare in maniera certa i milioni di utilizzatori del servizio. I cittadini coreani che vogliono inserire contenuti in YouTube devono connettersi con i server esterni alla Corea.
In settembre c’è stato un secondo sinistro scricchiolio, quando i procuratori coreani si sono rifiutati di portare avanti le accuse per incarcerare 10.000 persone sospettate di violazione di copyright da un gruppo di produttori di pornografia giapponesi.
Ora la situazione sembra sfuggita di mano e comincia ad assumere i contorni di una distopia: secondo le più recenti pretese dei produttori giapponesi prima citati, 65.000 persone dovrebbero essere messe in carcere. Si stima che, se dovessero arrivare i reclami dei detentori dei diritti del resto del mondo, potrebbe essere richiesto il carcere e/o sanzioni varie, compresa la disconnessione da Internet, a 8 milioni di persone, pari al 20% della popolazione totale.
Come se non bastasse, la piattaforma di distribuzione digitale, voluta dalle stesse case cinematografiche che hanno premuto affinché le “leggi 3-strikes” venissero approvate simultaneamente al lancio della stessa, non sta andando economicamente bene. La KFPA (un’associazione di copyright holder) ha indetto una conferenza stampa in cui ha annunciato che richiederà l’installazione obbligatoria di un software particolare di filtraggio a tutti i server che ospitano contenuti video e a tutti i “server p2p” (qualsiasi cosa significhi), nonostante che il 90% dei server di tal guisa abbiano già volontariamente installato il sistema di filtraggio e che esso non abbia minimamente intaccato il “livello di pirateria” nel paese. La KFPA ha dichiarato che coloro che si rifiuteranno di installare il software incorreranno in gravi conseguenze legali.
A nostro avviso il “caso Corea del Sud” dimostra che:
1) I copyright holder, se lasciati senza controllo, non si fermeranno mai: hanno ottenuto esattamente le leggi che volevano, e in soli 4 mesi tornano alla carica per misure più severe. Appare logico supporre che saranno soddisfatti solo con il controllo totale di Internet, quando nella rete scompariranno i contenuti di tutti eccetto i loro.
2) Il sistema dei 3-strikes è sproporzionato, iniquo ed inefficace: il desiderio di condivisione delle persone è così alto che nemmeno la minaccia del carcere rappresenta un deterrente valido. Un monito contro ACTA, l’accordo internazionale segreto che coinvolge anche l’Europa e che vorrebbe imporre, fra l’altro, “pene detentive sufficientemente elevate da costituire valido deterrente” per le violazioni di copyright di qualsiasi tipo (anche prive di scopo di lucro). Apparentemente, in Corea del Sud, si sta assistendo ad una forma di disobbedienza civile per la quale l’applicazione rigorosa della legge (assumendo per assurdo che sia possibile) provocherebbe il collasso della nazione. La maggioranza dei coreani continua a condividere e immettere file in rete alla luce del sole, senza curarsi di utilizzare semplicissimi sistemi di aggiramento che renderebbero la legge del tutto inutile (VPN, tunnel criptati ecc.).
3) Il tema del copyright enforcement e la perdita del controllo del mercato stanno provocando reazioni irrazionali nella mente di persone che invocano la soppressione dei diritti civili in nome della difesa di un modello di business non più sostenibile.
4) La proibizione di immissione di contenuti anonimi in rete (e il conseguente obbligo di identificazione certa degli utenti) compromette l’economia del paese, in quanto costringe i gestori delle piattaforme UGC (dai social network ai videogames online, passando per ogni forma di hosting) a spostare i propri server all’estero. Nell’arco degli anni, un simile comportamento può compromettere gravemente l’economia della società dell’informazione di qualsiasi paese. Si tratta di un ulteriore problema da valutare ad esempio per la proposta di legge italiana dell’On. Carlucci, già afflitta da problemi interni (gli articoli 2.1 e 2.4 sono incompatibili fra di loro in quanto la L. 633/41 tutela il diritto alla paternità di un’opera anche quando l’autore è anonimo e sancisce il diritto all’anonimato dell’autore) e di incostituzionalità.
Nonostante la vittoria ottenuta con il Telecoms Package e la proibizione a livello europeo dei 3-strikes, non dobbiamo abbassare la guardia: come una bestia ferita, l’industria del copyright tenterà mosse disperate per proteggere i propri interessi economici.
9 Responses
Pingback by YBlog
19 novembre 2009 alle 01:05
[...] Corea del Sud: i 3-strikes falliscono [...]
Commento by Alessio
19 novembre 2009 alle 13:48
Qualcosa vorrà pur dire, no?
L’APPELLO
Confalonieri, sos sui copyright
“Governo tuteli i web content”
Il presidente di Mediaset invita l’esecutivo a intervenire affinché Google e Youtube riconoscano il valore della proprietà intellettuale dei prodotti diffusi gratuitamente
Confalonieri, sos sui copyright “Governo tuteli i web content”
ROMA- Un appello al governo perché “prenda a cuore” la protezione dei contenuti diffusi via internet. Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, si rivolge all’esecutivo per dare una svolta al problema della protezione dei contenuti prodotti dalle società commerciali e diffusi gratuitamente via web. Un monito che di fatto rilancia la polemica che nei giorni scorsi ha visto protagonista il presidente di News Corp, Rupert Murdoch e il suo attacco a Google.
Appello al governo. A margine della presentazione dell’ottavo rapporto Censis sulla comunicazione, Confalonieri ha detto che “internet si avvale di una parola magica che è free. Se i vari Youtube o Google non riconoscono il valore delle proprietà intellettuali, non si può investire. Noi investiamo la metà di quello che ricaviamo in prodotti e contenuti. Se altri approfittano di questi contenuti che vengono mandati in rete da privati, soprattutto giovani, non ci sarà futuro per chi di fa questo mestiere”. “Serve dunque – ha concluso – molta attenzione da parte dei regolatori, del governo. Devono prendere a cuore questo problema”.
Murcoch contro Google. Le preoccupazioni di Confalonieri sono le stesse del Tycoon australiano Rupert Murdoch, che nei giorni scorsi ha lanciato la sua controffensiva a Google, accusando il motore di ricerca di “cleptomania” e minacciando di bloccare l’accesso alle notizie dei suoi quotidiani: Wall street journal, The Times e Sun. La risposta di Google è stata perentoria: “Se vuole, può andarsene”. La società ha spiegato che grazie a “semplici standard tecnici” le notizie possono essere rimosse in qualsiasi momento” e chi le produce ha “il completo controllo su quanto dei propri contenuti appare in caso di ricerca”.
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/tecnologia/internet-polemiche/internet-polemiche/internet-polemiche.html
Commento by Paolo Brini
20 novembre 2009 alle 01:02
Si, è molto significativo che provenga da Mediaset, che è molto debole su Internet.
Come ho spiegato anche al seminario al Parlamento Europeo, Mediaset fa parte della CMBA (Creative Media Business Alliance) insieme a Disney, EMI ecc. Si tratta di un’alleanza che fa lobby presso le istituzioni europee fin dal 2005 per ridefinire il quadro legislativo concernente Internet al fine di imporre un regime che soffochi la possibilità di introdurre contenuti generati dagli utenti (l’attuale 90% dei contenuti presenti in Internet) e rafforzi il copyright enforcement tramite soppressione dei diritti civili.
http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=3460
Confalonieri non entra nello specifico, ma il governo italiano deve tenere presente che entro la metà del 2011 il Pacchetto Telecom (previa approvazione, che appare una formalità dopo l’accordo raggiunto il 5 novembre, da parte di Parlamento Europeo e Consiglio UE) dovrà essere trasposto in legge nazionale e appare di massima rilevanza quanto segue:
http://bit.ly/new138
Commento by deadkennedys
19 novembre 2009 alle 17:08
incredibile…siamo alla follia!
Forza colleghi koreani!!!
Commento by Alessio
20 novembre 2009 alle 00:05
P2P, la Regina mostra le forbici
Durante un discorso in Parlamento, Elisabetta II ha annunciato i piani del governo per l’economia digitale. Tra questi, l’introduzione delle disconnessioni forzose dei file sharer entro la primavera del 2011
Roma – Una morsa stretta al file sharing non autorizzato, un deciso passo in avanti verso la radio digitale nonché un chiaro segnale di stop alla diffusione di videogiochi violenti tra le generazioni più giovani. Questi, in sintesi, i fondamentali principi che il Regno Unito ha raccolto nel progetto di legge sull’economia legata al digitale (Digital Economy Bill), annunciato dalla Regina Elisabetta II durante un recente discorso alle riunite House of Lords e House of Commons.
Si tratta, stando al discorso ufficiale di Sua Maestà, di una legislazione che adeguerà al meglio le infrastrutture di comunicazione, per metterle al passo con l’attuale era digitale, supportando allo stesso tempo la futura crescita economica del paese. Secondo i principi annunciati del Digital Economy Bill, bisognerà inoltre introdurre un corpus di misure tecniche atte a contrastare il downloading illegale, in particolare attraverso la soluzione dei cosiddetti three-strikes, delle disconnessioni dei netizen più restii a rinunciare al P2P.
Il piano è quello già descritto dal Segretario di Stato britannico Lord Mandelson, diviso in due fasi specifiche. Nella prima, al file-sharer verrebbero inviati alcuni avvisi intimidatori che, se ignorati, farebbero scattare immediatamente la seconda fase. Entro la primavera del 2011, gli utenti più accaniti verrebbero tagliati fuori dalla Rete, disconnessi.
Particolarmente soddisfatto su questo punto, Geoff Taylor, CEO di British Phonographic Industry (BPI): “Si tratta di una buona notizia per tutti gli appassionati di musica nel Regno Unito. La legislazione introdotta porterà l’industria creativa del nostro paese a risolvere un problema urgente, dando la possibilità al Regno Unito di fare da battistrada nell’intrattenimento digitale di alta qualità”. Non proprio dello stesso avviso, The Open Rights Group, che ha immediatamente chiesto ai cittadini britannici di appellarsi ai membri del Parlamento per opporsi ai piani annunciati dalla Regina.
Stando alle dichiarazioni dell’organizzazione a tutela dei diritti dei netizen, il disegno di legge britannico andrebbe a violare il quadro normativo europeo che si va configurando, dal momento che prevede la possibilità di ricorrere in appello solo dopo l’avvenuta disconnessione. Il meccanismo d’appello, come ha osservato ORG, risulterebbe appropriato solo in caso di prove evidenti, ma la dinamica antipirateria britannica non riuscirebbe a far emergere chi effettivamente abbia violato il copyright, solo quale connessione sia stata utilizzata. I tre colpi andrebbero così a inibire certe legittime attività online come lo shopping e la socializzazione.
Il Digital Economy Bill verrà proposto prima di questo fine settimana, con il Department for Business, Innovation and Skills ad annunciare subito dopo maggiori dettagli sul piano nazionale per la banda larga. 170 milioni di sterline (190 milioni di euro) sono stati già messi da parte dal governo a partire dal budget dedicato allo switch-over digitale. Durante un recente convegno tenutosi a Leeds, il responsabile del progetto Digital Britain Stephen Timms ha precisato che continueranno gli sforzi per raggiungere il 90 per cento della popolazione entro il 2017.
Dal discorso della Regina Elisabetta II, non sono emersi dettagli sulla spinosa e controversa questione della broadband tax, ipotizzata dallo stesso Timms e da trasformare a suo dire in legge prima delle elezioni politiche previste per la prossima estate. Intanto, il governo ha precisato che l’impegno per fornire entro il 2012 una banda di almeno 2Mbps a tutti i cittadini continuerà. Disconnessioni degli utenti a parte.
Mauro Vecchio
http://punto-informatico.it/2755523/PI/News/p2p-regina-mostra-forbici.aspx
Commento by Paolo Brini
20 novembre 2009 alle 01:08
Secondo le analisi di tutti i maggiori esperti europei, il piano di Lord Mandelson non appare compatibile con il Pacchetto Telecom. Due le maggiori incompatibilità: la violazione del diritto alla difesa (“the right to be heard”), che per i principi legali della Comunità include il diritto alla rappresentanza legale, e l’assenza di una “prior fair and impartial procedure” che deve avvenire PRIMA delle disconnessioni.
Credo sia significativo che domani Mandelson tenterà di proporre per le leggi concernenti Internet una procedura legislativa particolare del Regno Unito per scavalcare completamente il Parlamento, che ha la “brutta abitudine” di tutelare i diritti fondamentali dei cittadini. Altrettanto significativo è che Mandelson abbia deciso di promuovere leggi 3-strikes dopo aver frequentato Devid Geffen, il miliardario della Geffen, presso la sua villa, dove avrebbe ricevuto precise istruzioni per provare a stroncare il file sharing.
Pingback by politicainrete.net
20 novembre 2009 alle 00:19
[...] Confalonieri, sos sui copyright “Governo tuteli i web content” [...]
Commento by Claude Almansi
23 novembre 2009 alle 23:00
Grazie per questo post e per gli altri su ACTA. Anche a Mauro Vecchio per i link agli articoli sul discorso della regina UK e alla discussione sulle dichiarazioni di Confalonieri. Ma i media generalisti tradizionali italiani, non dico la Mediaset o la RAI, ma la stampa, Repubblica, Corriere, Stampa – davvero non parlano di queste cose o sono io che non ho saputo cercare?
Commento by Paolo Brini
24 novembre 2009 alle 16:14
Grazie a te per averci seguito.
Credo che la stampa classica italiana parli poco e male di questi temi. Bisogna anche dire che siamo riusciti a far scrivere dei nodi centrali del Telecoms Package molti grandi giornali (europei ed italiani), quindi magari si può trattare di un problema di competenza, non di filtro di certe notizie a priori. Ora su ACTA c’è troppo silenzio, vedremo se riusciremo a rompere anche questo “muro”.
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