Alla vigilia del secondo anniversario dalla pubblicazione, il capolavoro di Boldrin e Levine, “Against Intellectual Monopoly”, è diventato un classico dell’economia. L’ampio e approfondito studio, che ha richiesto oltre 6 anni di lavoro, mostra come i monopoli intellettuali siano un male non necessario che provoca enormi danni alla società e all’economia a fronte di nessun vantaggio.
La secolare propaganda dell’industria della cosiddetta proprietà intellettuale ha convinto una parte della società e un significativo numero di policy maker che il copyright e i brevetti siano indispensabili per stimolare l’innovazione e la creatività.
Un ampio numero di rigorosi studi scientifici fioriti nell’ultimo decennio dimostrano che non solo tale propaganda non ha ragioni sostanziali, ma addirittura che il copyright e i brevetti in realtà hanno l’effetto opposto, in quanto essi rallentano l’innovazione, favoriscono la stagnazione, ostacolano la creatività e provocano danni gravissimi a tutta la società. Fra i suddetti studi, l’opera dei due professori della Washington University di St. Louis, a soli 2 anni dalla prima pubblicazione (libera e non protetta da copyright), è ormai diventata un classico contro il quale i teorici che sostengono la necessità dei monopoli intellettuali si sono scontrati nel tentativo di trovarvi falle e difetti – finora senza successo.
Il libro di Boldrin e Levine, Against Intellectual Monopoly, affronta il tema dei monopoli intellettuali partendo da una base pragmatica e strettamente basata sui fatti, per elaborare un’analisi economica imparziale e slegata dalle legislazioni correnti. Durante l’ultimo decennio l’azione della lobby delle industrie che detengono i monopoli, favoriti da policy maker compiacenti, per diminuire l’accessibilità ai farmaci tramite i brevetti, per cancellare il diritto alla copia privata senza scopo di lucro delle opere d’arte, scientifiche e culturali, e per instaurare un regime artificiale di scarsità, hanno portato il problema al centro dell’attenzione della società e dei governi. Si rivelano quindi come assolutamente indispensabili studi scientifici, sociali ed economici per avere analisi che non siano inquinate dalla pluridecennale e pervasiva propaganda.
Da quando, nel 2001, Stephen Kinsella pubblicò la sua seminale monografia “Against Intellectual Property” (una critica lucida ed impietosa a brevetti e copyright dal punto di vista di un sostenitore del liberismo economico), il regime dei brevetti è andato completamente fuori controllo. In tutto il mondo vengono approvati circa 600.000 brevetti all’anno, sempre più aziende vivono semplicemente dei profitti derivanti da migliaia di cause legali all’anno correlate ai brevetti stessi, e l’accessibilità ai farmaci salva-vita a basso costo è gravemente compromessa.
Nello stesso tempo, la diffusa violazione del copyright senza scopo di lucro sta distruggendo i profitti delle organizzazioni criminali basati sulla pirateria audiovisiva commerciale e sta dimostrando l’insostenibilità dell’attuale regime di copyright; come reazione, l’industria dei monopoli intellettuali richiede misure draconiane (per esempio abolizione dei diritti fondamentali e numerosi anni di carcere) per qualsiasi forma di violazione, compresa la condivisione delle opere audiovisive priva di scopo di lucro, sostenendo che se le violazioni del copyright da parte dei privati cittadini non verranno fermate nessuna nuova opera verrà mai più prodotta e centinaia di migliaia di posti di lavoro, se non milioni, verranno perduti.
Il libro di Boldrin e Levine è molto importante perché aiuta a confutare queste affermazioni propagandistiche tramite fatti ed analisi incontrovertibili e a mostrare che il copyright e i brevetti non sono un incentivo alla creatività, ma al contrario una conseguenza perversa e dannosa della creatività stessa.
Vi proponiamo un breve ma significativo passaggio tratto dall’introduzione per mostrarvi su quali linee il libro si muove e a quali conclusioni giunge:
“[...] Mentre infuria un dibattito infuocato su copyright e brevetti, c’è un accordo generalizzato sul fatto che qualche protezione sia necessaria per assicurare agli inventori e ai creatori i frutti del loro lavoro. La retorica secondo la quale L’informazione vuole solo esser libera suggerisce che nessuno dovrebbe trarre profitto dalle proprie idee. A dispetto di ciò, non sembra esserci una forte pressione nel sostenere che mentre va bene per tutti noi beneficiare dei frutti del nostro lavoro, gli inventori e i creatori dovrebbero vivere solo della carità degli altri. Sembra che entrambe le parti siano d’accordo che le leggi sulla proprietà intellettuale abbiano bisogno di definire un bilanciamento fra il fornire incentivi sufficienti alla creatività e la libertà di utilizzare le idee esistenti. Messa in altri termini, entrambe le parti concordano che i diritti di proprietà intellettuale siano un male necessario che promuove l’innovazione, e il disaccordo si basa su dove la linea di demarcazione debba essere tracciata.
Per i sostenitori della proprietà intellettuale, gli attuali profitti da monopolio sono a stento sufficienti; per i suoi nemici i profitti sono troppo alti. La nostra analisi porta a conclusioni in discordanza con entrambe le parti. Il nostro ragionamento procede lungo le seguenti linee. Tutti vogliono un monopolio. Nessuno vuole competere contro i propri stessi clienti, o contro imitatori. Attualmente i brevetti e il copyright garantiscono ai creatori di certe idee un monopolio. Certamente poche persone fanno qualcosa in cambio di nulla. I creatori di nuovi beni non sono diversi dai produttori dei vecchi: vogliono essere compensati per i loro sforzi. Tuttavia, c’è un salto lungo e pericoloso dall’asserzione per la quale gli innovatori meritano compenso per i loro sforzi alla conclusione che copyright e brevetti, cioè monopolio, siano la migliore e unica via di fornire quel compenso. [...]
Come vedremo ci sono molti altri modi con cui gli innovatori possono essere compensati, anche sostanzialmente, e gran parte di essi sono migliori per la società rispetto ai poteri di monopolio che attualmente il copyright e i brevetti conferiscono. Siccome gli innovatori possono essere compensati anche senza brevetti e copyright, dovremmo chiedere: è vero che la proprietà intellettuale raggiunge lo scopo dichiarato di creare incentivi per l’innovazione e la creatività superando il considerevole danno provocato?
Questo libro esamina sia i fatti sia la teoria. La nostra conclusione è che i diritti di proprietà dei creatori possono essere ben protetti in assenza della proprietà intellettuale, e quest’ultima non incrementa né l’innovazione né la creatività. Essi sono mali non necessari [...]
Non conosciamo alcun argomento legittimo per il quale i produttori di idee non debbano essere capaci di trarre profitto dalle loro creazioni. Mentre le idee potrebbero essere vendute in assenza di un diritto legale, il mercato funziona al meglio in presenza di diritti di proprietà chiaramente definiti. Non solo i diritti di proprietà degli innovatori dovrebbero essere protetti ma anche i diritti di coloro che hanno legittimamente ottenuto una copia dell’idea, direttamente o indirettamente, dall’innovatore originale. La prima protezione incoraggia l’innovazione, la seconda incoraggia la diffusione, l’adozione e il miglioramento delle innovazioni. Perché, tuttavia, i creatori dovrebbero avere il diritto di controllare come gli acquirenti facciano uso di un’idea o di una creazione? Questo conferisce ai creatori un monopolio sull’idea. Ci riferiamo a questo diritto come “monopolio intellettuale”, per enfatizzare che è questo monopolio su tutte le copie di un’idea a essere messo in discussione, non il diritto di comprare e vendere copie. Il governo normalmente non impone monopoli per i produttori di altri beni. Questo si verifica perché è ampiamente riconosciuto che i monopoli creino molti costi sociali. Il monopolio intellettuale non è diverso sotto questo aspetto. La questione che analizziamo è se esso crea benefici sociali commensurati a questi costi. [...]
Il nostro secondo argomento sarà una disamina dei molti costi sociali creati dal copyright e dai brevetti. Adam Smith – un amico e professore di James Watt – è stato uno dei primi economisti a spiegare come i monopoli risultino in minor disponibilità a prezzo più alto. In certi casi, come la produzione della musica, questo può non essere un grande male sociale; in altri casi, come la disponibilità di medicine per l’AIDS, può essere in effetti un grande male. Tuttavia, come vedremo, la bassa disponibilità e l’alto prezzo sono solo due dei molti costi di un monopolio. L’esempio di James Watt è emblematico: utilizzando il sistema legale, egli proibì la concorrenza e impedì ai suoi concorrenti di introdurre nuovi avanzamenti utili. Vedremo inoltre che siccome non ci sono forze di mercato di controbilanciamento, i monopoli imposti dal governo come il monopolio intellettuale sono particolarmente problematici. [...]
In ultima analisi, l’unica giustificazione per la proprietà intellettuale è che essa incrementa -de facto e sostanzialmente- l’innovazione e la creatività. Che cosa ci hanno insegnato gli ultimi 219 anni? Il nostro argomento conclusivo è l’esame dell’evidenza sul monopolio intellettuale e l’innovazione. Si tratta di un fatto che il monopolio intellettuale porta a maggior creatività ed innovazione? La nostra analisi dei dati non mostra alcuna evidenza in questo senso. Né siamo i primi economisti a raggiungere questa conclusione. Dopo aver analizzato un precedente insieme di dati nel 1958, il noto economista Fritz Machlup scrisse:
sarebbe irresponsabile, sulla base della nostra conoscenza attuale delle conseguenze economiche, raccomandare di istituire un sistema di brevetti
Siccome non c’è evidenza che il monopolio intellettuale raggiunga i desiderati scopi di incrementare innovazione e creatività, esso non ha benefici. Quindi non c’è necessità, per la società, di bilanciare i benefici con i costi. Questo porta alla nostra conclusione finale: la proprietà intellettuale è un male non necessario”.
9 Responses
Pingback by Topsy.com
1 gennaio 2010 alle 19:35
[...] This post was mentioned on Twitter by Paolo Brini , Scambio Etico. Scambio Etico said: Copyright e brevetti: un male non necessario. http://bit.ly/8TdH6B (Copyright and patents: unnecessary evils) [...]
Pingback by www.atuttonet.it
7 gennaio 2010 alle 12:25
[...] Il post è davvero ben fatto e per chi fosse interessato ne consiglio la lettura, byez. Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4781 Licenza CC: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/ Google affronta ACTA, la minaccia [...]
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7 gennaio 2010 alle 12:46
[...] Il post è davvero ben fatto e per chi fosse interessato ne consiglio la lettura, byez. Fonte: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=4781 Licenza CC: [...]
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12 febbraio 2010 alle 11:36
[...] Copyright e brevetti: mali non necessari [...]
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21 aprile 2010 alle 09:19
[...] Copyright e brevetti: mali non necessari [...]
Pingback by ScambioEtico
28 aprile 2010 alle 01:00
[...] sui danni provocati dal monopolio intellettuale allìeconomia, si veda anche il monumentale lavoro di Boldrin [...]
Pingback by YBlog
20 dicembre 2010 alle 11:00
[...] incentivo alla creatività, ma al contrario una dannosi alla creatività e all’innovazione.[...]
Pingback by Minima academica
17 agosto 2011 alle 00:13
[...] a produrre opere dell’ingegno. Anche questa giustificazione economica, però, si espone a contestazioni in termini economici: siamo sicuri che il sistema migliore per compensare gli autori sia rendere le loro opere di [...]
Pingback by Minima academica
19 agosto 2011 alle 12:13
[...] gli autori a produrre opere dell’ingegno. Anche questa giustificazione, però, si espone a contestazioni in termini economici: siamo sicuri che il sistema migliore per compensare gli autori sia rendere le loro opere di [...]
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