TNT blogLa risoluzione comune del Parlamento Europeo del 10 marzo, adottata quasi all’unanimità, ha colto di sorpresa la Commissione e l’insieme dei difensori del monopolio intellettuale, nemici delle libertà fondamentali, collettivamente definiti da una nota attivista messicana come “Reptilia”, una collezione di dinosauri anacronistici. Reptilia tenta di riprendersi dal duro colpo subito, ed usa gli strumenti della disinformazione per contrastare la volontà comune del Parlamento Europeo. In tale contesto, appare significativo un articolo apparso oggi in Italia sul Corriere della Sera, a firma di Edoardo Segantini, che presenta alcune imprecisioni che occorre rettificare.


L’Anti-Counterfeiting Trade Agreement ha subito il 10 marzo scorso un duro colpo a causa dell’adozione da parte del Parlamento Europeo, con 633 voti favorevoli, 13 contrari e 16 astenuti, di una risoluzione comune che fra le altre cose, pur esortando al proseguimento dei negoziati, invita la Commissione a rilasciare i documenti e gli atti il cui accesso è finora stato negato in violazione del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Inoltre, il punto 9 chiede alla Commissione di limitare i negoziati sull’ACTA all’attuale sistema europeo di applicazione dei diritti di proprietà intellettuale (DPI) contro la contraffazione. Nessuno spazio quindi per un capitolo Internet che travalichi i temi della contraffazione.

La risoluzione esprime altresì la volontà del Parlamento secondo la quale “l’accordo proposto non dovrebbe consentire in nessun caso l’imposizione delle cosiddette procedure di risposta graduale “three strikes”, in piena conformità con la decisione del Parlamento in merito all’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2009/140/CE [...]“, e sottolinea che ACTA deve (come peraltro qualsiasi accordo commerciale) rispettare il quadro legale dell’Unione. Il Parlamento si oppone inoltre alla perquisizione ed eventuale distruzione immediata di laptop, lettori MP3 e cellulari alle frontiere, e si riserva il diritto di presentare ricorso alla Corte di Giustizia nel caso in cui l’attuale situazione di illegalità non dovesse essere sanata.

La risoluzione non fa altro che riaffermare i principi legali sui quali si basa l’Unione Europea e rappresenta un impegnativo intralcio sia al mantenimento della segretezza dei negoziati, sia a qualsiasi tentativo di policy laundering (cioè l’aggiramento delle leggi nazionali e/o dell’Acquis dell’Unione tramite accordi commerciali multilaterali, come si tentò di fare, sempre nel campo del monopolio intellettuale, con i TRIPs).

Le prime reazioni di coloro che proteggono gli interessi delle industrie del copyright e dei brevetti (la definizione “proprietà intellettuale” andrebbe evitata, in quanto mischia dei monopoli protetti da leggi radicalmente diverse, generando così confusione, cfr. Stallman) si basano essenzialmente su tre linee di disinformazione la cui eco si ritrova in un articolo comparso oggi sul Corriere del Sera, edizione cartacea, pag. 16, a firma di Edoardo Segantini.

La prima è di equiparare le disposizioni ACTA concernenti il capitolo Internet (l’unico capitolo di cui sappiamo molto grazie ai documenti ufficiali trapelati) ad orientamenti ai quali genericamente molti governi europei sarebbero favorevoli o che addirittura avrebbero già approvato. Invariabilmente, come esempio si cita la Francia e la sua legge HADOPI-2. In realtà, si vedano anche le FAQ su ACTA per ulteriore documentazione, mentre ACTA, nell’attuale stadio dei negoziati, vorrebbe delegare ad attori privati la disconnessione automatica dei cittadini dalla Rete come prerequisito di limitazione di responsabilità per gli intermediari (pertanto ribaltando il principio di presunzione di innocenza e aggirando qualsiasi supervisione giudiziaria), la HADOPI-2 prevede che nessuna disconnessione da Internet possa essere attuata prima della sentenza di un magistrato. Ogni cittadino francese, quand’anche fosse trovato colpevole al terzo avvertimento e dopo il processo espresso, ha diritto ad un processo equo con difesa e rappresentanza legale. La legge francese HADOPI, ricordiamo, che invece era molto più vicina alle disposizioni di ACTA, è stata seppellita dal Consiglio Costituzionale ed ha stroncato la carriera del ministro Albanel.

Il secondo paese che di prassi si cita è il Regno Unito, nel quale le misure di imposizione del copyright sono tuttavia un quadro secondario rispetto ad un progetto di più ampio respiro per la chiusura di Internet (ossia la sua trasformazione da sistema di comunicazione a medium broadcast monodirezionale per fermare il fenomeno che terrorizza major ed editori, cioè la trasformazione dei passivi fruitori di contenuti in attivi creatori e la perdita del controllo sulla creatività).

Risulta inoltre rilevante che, allo stato attuale, il regime cosiddetto 3-strikes proposto dal Digital Economy Bill, per ammissione delle stesse major, non avrebbe alcuna probabilità di essere approvato se venisse sottoposto ad uno scrutinio parlamentare. Da un documento ufficiale, risulta infatti che la speranza di vedere il Bill approvato si basa sul fatto che per pigrizia e per mancanza di tempo il Parlamento inglese sorvolerà sui 3-strikes ed altro. Una pigrizia che per sciagura di Reptilia non sta contagiando il Parlamento Europeo.

Infine, alcuni citano il caso spagnolo, ma anche qui Reptilia non coglie nel segno, perché la Legge di Sviluppo Sostenibile, oltre ad essere dibattuta pubblicamente con piena trasparenza e con il coinvolgimento della società civile e delle associazioni a difesa dei consumatori, non concerne la disconnessione da Internet dei cittadini, ma la censura di siti; questa censura, tuttavia, non potrà essere attuata senza l’accordo di un magistrato. Sono quindi enormi le differenze della Ley spagnola rispetto alle disposizioni ACTA, ed enorme è la differenza nel processo. ACTA alimenta un cultura di segreto e sospetto che è quanto di più aberrante possa esserci per gli stati democratici.

Reptilia inoltre si guarda bene dal citare le posizioni ufficiali del governo tedesco e di quello svedese, che si oppongono fermamente a qualsiasi politica di disconnessione da Internet per le violazioni presunte del copyright.

La seconda linea di disinformazione è di equiparare l’opposizione ad ACTA da parte dei netizens (nell’articolo di Segantini definiti addirittura come “potente ideologia internettiana, ormai diventata establishment, del pirateria uguale libertà“) alla difesa della pirateria.

Primo, il ragionamento confonde la contraffazione con la condivisione di opere dell’ingegno senza scopo di lucro. Si tratta di cose completamente diverse per tutte le legislazioni del mondo occidentale; casi che invece ACTA vorrebbe trattati e repressi allo stesso modo (incluse misure penali). La prima danneggia i consumatori e la loro salute, oltre ad alimentare associazioni criminali; la seconda è pratica senza scopo di lucro per tutte le categorie sociali e per persone di ogni età, dagli 8 anni in su, che in base agli studi più importanti, peraltro citati anche nel recente rapporto dell’AGCom sulle violazioni del copyright, ha un impatto benefico per il mercato.

Secondo, le associazioni di cittadini che si oppongono ad ACTA includono praticamente tutte le più importanti associazioni di difesa dei consumatori del mondo (si pensi a Consumers International e al BEUC, promotori di forti campagne contro ACTA, che da sole riuniscono le associazioni di difesa dei consumatori di oltre 40 paesi), e si estendono anche a Reporters sans frontières ed associazioni di volontariato medico (ovviamente più interessate agli sciagurati danni che ACTA può arrecare all’accesso ai farmaci da parte dei paesi in via di sviluppo se l’accordo si estenderà a trattare i brevetti come vorrebbe la Commissione Europea). Tutte queste NGO non hanno nulla a che fare con la difesa della contraffazione e/o con la violazione del copyright.

La reale opposizione ad ACTA da parte dei netizens informati e consapevoli, e questo Reptilia non ve lo dirà mai, è dovuta al fatto che le sue disposizioni violano la Convenzione Universale dei Diritti Umani, la Convenzione Europea sui Diritti Umani, e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. ACTA contiene, come potete verificare dai documenti ufficiali, disposizioni che limiterebbero o violerebbero il diritto alla privacy, il diritto ad un equo processo, la libertà di espressione e la libertà di informazione.

La terza linea di disinformazione consiste nell’accusare i gruppi che si oppongono ad ACTA di non volere alcuna regola perché non si esprimerebbero su quali regole essi stessi vogliono. In primo luogo, occorre notare che Internet è già fortemente regolato in Europa anche sul fronte della tutela del copyright e che l’armonizzazione del mercato interno è sicuramente più vicina ora di quanto non lo sarebbe con lo sconquasso che porterebbe ACTA all’Acquis: 6 direttive concernenti il copyright enforcement, decine di rapporti, risoluzioni, opinioni, esortazioni e altro ancora sono state portate avanti dalla Commissione e dal Consiglio nell’ultimo decennio. Ogni anno l’industria del monopolio intellettuale richiede ed ottiene nuove regole, per poi piangere l’anno seguente sostenendo che non funzionano e chiedendone di nuove, in una perversa spirale che ottiene esattamente il contrario dello scopo prefisso: vi ricordate che nel 2001, dopo lo smembramento di Napster, dando prova della leggendaria miopia che la affliggerà per tutto il decennio, Reptilia proclamava fieramente che la guerra al file sharing iniziata nel 1999 era vinta una volta per tutte?

Le disposizioni ACTA non incideranno sostanzialmente sul file sharing, in quanto facilmente aggirabili da tecniche che (ne abbiamo avuto recentemente esperienza diretta) iniziano ad essere usate da bambini di 11 anni, ma possono instaurare un clima di ansia nell’utilizzo del mezzo (lo stesso clima di cui parlava l’ex Commissario Europeo Meglena Kuneva riferendosi alle violazioni della privacy online) e compromettere seriamente lo sviluppo futuro di Internet e il modo in cui esso verrà usato dalle vecchie generazioni.

Inoltre non è affatto vero che esista una pura e semplice opposizione a qualsiasi regola: l’opposizione riguarda quelle regole che violano i diritti fondamentali e i diritti civili. Per quanto concerne il problema del copyright, fermo restando che un’impact assessment seria da parte della Commissione sarebbe auspicabile visto che abbiamo a disposizione una grande mole di dati (citati sopra) che mostrano che il file sharing è benefico per il mercato, le soluzioni sono state proposte ormai 8 anni fa, ma sono sempre state boicottate da Reptilia. Esse si basano essenzialmente sulla compensazione degli autori tramite una serie di finanziamenti fra i quali fondamentali sono gli schemi di finanziamento mutui, come le licenze estese collettive, il taglio dell’intermediazione parassita e la promozione di nuovi modelli di business (che nel campo musicale, del software e dei libri stanno già funzionando con successo), basati su licenze di utilizzo delle opere slegate dal copyright del “tutti i diritti riservati” (per esempio GPL, Creative Commons).

Infine, non è compito degli attivisti che si oppongono ad ACTA elaborare nuovi modelli di business per conto di Reptilia, così come negli anni 50 non era compito delle casalinghe americane che avevano acquistato un frigorifero elaborare nuovi modelli di business per conto dei venditori di ghiaccio.

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