TNT blogTelecom Italia ha iniziato a sperimentare tecniche di network management in 44 centrali senza darne comunicazione ai concorrenti. L’Associazione Italiana Internet Provider ha denunciato questo comportamento all’AGCom, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.


Da aprile, con una scarna comunicazione comparsa sul sito 187.alice.it, Telecom Italia ha iniziato a sperimentare tecniche di network management che violano la Net Neutrality. Vittima in questo caso una famiglia dei protocolli più importanti, anzi probabilmente i più importanti, per la disseminazione e la condivisione di informazioni e contenuti: il p2p. Da quanto si può dedurre dal comunicato, Telecom adotta delle tecniche di Stateful Packet Inspection: l’header di ogni singolo pacchetto viene esaminato. In base al mittente, al destinatario o al protocollo utilizzato, il gestore di rete può decidere se rallentare il pacchetto o bloccarlo del tutto. Attualmente Telecom Italia eseguirebbe discriminazioni non su mittente e destinatario, ma esclusivamente sul protocollo, rallentando il p2p.

AIIP ha inviato una diffida contro questo comportamento all’AGCom, temendo che “sia discriminata la banda dei clienti di operatori concorrenti di Telecom con possibile violazione della neutralità della rete”. Effettivamente, Telecom mette a disposizione in wholesale la propria infrastruttura ai provider italiani: se non comunica in maniera chiara e trasparente le tecniche di network management, come possono gli ISP italiani non infrastrutturati informare correttamente i propri clienti in merito al fatto che non è più possibile offrire connettività ad un’Internet aperta e neutrale?

Il Presidente di AIIP, Paolo Nuti, aggiunge “se Telecom ha trovato una tecnica di network management migliore, vogliamo che sia messa a disposizione anche dei concorrenti. Gli operatori italiani hanno fatto poco network management finora, perché costoso e malfunzionante”. Sebbene sia da apprezzare molto l’ironia del Presidente AIIP in questa frase, duole vedere che la difesa della Net Neutrality viene affidata non a considerazioni di merito (per esempio per il fatto che è stata la Net Neutrality a far crescere vertiginosamente Internet in ogni senso e quindi a consegnare ai fornitori di connettività un mercato molto vitale) ma al fatto che il network management sia poco conveniente.

Fra i principali produttori mondiali di macchinari che consentono la Stateful Packet Inspection e la Deep Packet Inspection (con quest’ultima non viene esaminata solo la testata del pacchetto ma anche il contenuto dello stesso) vi è la Cisco. Chi ha seguito la pluriennale battaglia sul Telecoms Package in Europa, si ricorderà che la Cisco appartiene alla Net Confidence Coalition, quella lobby cioè che ha tentato (ed è in gran parte riuscita) di smantellare dal Pacchetto Telecom una serie di importanti protezioni per la Net Neutrality ed è riuscita ad inserire in diversi articoli della Direttiva Servizio Universale e Diritti degli Utenti le parole “condizioni che limitano l’accesso a, o l’utilizzo di, servizi e applicazioni” (si veda questo articolo).

Attualmente il Pacchetto Telecom pone dei paletti precisi contro la violazione della NN: è proibita nel caso in cui essa dia origine a violazioni dei diritti fondamentali degli utenti finali, e naturalmente, insieme al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, anche nel caso che tale violazione generi delle pratiche anticoncorrenziali. Questi paletti sono tuttavia sufficientemente blandi per consentire al mercato delle “macchine per le discriminazioni” di prosperare (per ogni singola centrale, secondo AIIP, è necessario come minimo un investimento di 100.000 euro), e quindi non sono particolarmente efficaci per fermare il processo di chiusura della Rete.

Telecom Italia, così come gran parte delle società di telecomunicazioni “incumbent” all’interno dell’Unione Europea, gestisce un’infrastruttura pagata in larga parte dalle tasse dei cittadini italiani ed è inoltre la società designata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per offrire Internet come servizio universale in Italia.

Per tutti questi motivi auspichiamo un presa di posizione netta dell’AGCom a difesa della Net Neutrality e contro qualsiasi pratica discriminatoria nei confronti di protocolli, applicazioni e contenuti in Internet. Allo stesso tempo, purtroppo, fatti come questi tendono a mostrare che senza un’imposizione legislativa della Net Neutrality, i fornitori di connettività preferiscono investire in limitazioni e discriminazioni, piuttosto che in ampliamenti delle infrastrutture, e che le discriminazioni andranno a colpire per primi i protocolli più importanti (p2p); quando poi l’infrastruttura nazionale è sostanzialmente detenuta da un unico soggetto, non esiste un libero mercato che possa correggere tali aberrazioni. Pertanto è necessario che la Commissione Europea acceleri il processo legislativo concernente la promessa stesura di una Direttiva a difesa della Net Neutrality.

Per concludere lasciamo come riferimento il link ad un documento che mostra le più importanti applicazioni commerciali e scientifiche basate sul p2p; una discriminazione contro il p2p significa instaurare una pratica lesiva della possibilità di disseminazione dei contenuti sia per i cittadini, sia per le aziende, sia per la comunità scientifica.

[UPDATE] Una persona che riteniamo più che affidabile ci segnala che su una delle centrali di sperimentazione il p2p subisce attualmente un cap 24h/24 pari ad appena 160 kbit/s (20 kB/s) in download e 128 kbit/s in upload. Test effettuati su distribuzioni Linux in sciami che prima della sperimentazione consentivano di raggiungere, in download, velocità di 5 Mbit/s. Appare chiaro come questa sperimentazione danneggi la distribuzione del software libero e rappresenti pertanto una minaccia alla libertà di accesso alle informazioni e ai contenuti.

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