TNT width=Il noto avvocato Axel Horns, specializzato in copyright e brevetti, pubblica una lucida analisi di ACTA. Secondo Horns, l’accordo può essere problematico anche per coloro che attualmente lo sostengono. Se ratificato ACTA si trasformerebbe in un boomerang pericoloso particolarmente per il copyright.

In un articolo apparso sul suo blog IP::Jur, dedicato alle leggi concernenti i monopoli intellettuali (in particolare copyright e brevetti), il noto avvocato Horns, particolarmente famoso per la sua competenza nelle leggi nazionali e internazionali concernenti copyright, brevetti e marchi commerciali, riassume la storia di ACTA dal 2008 ad oggi.

Particolarmente rilevanti sono le sue correlazioni con l’acquis dell’UE (il corpus legale dell’Unione) in cui egli sottolinea, fra le altre cose, il rischio che ACTA provochi dei danni pericolosi a quella che l’avvocato individua come la base, anzi la pietra angolare, del prosperoso sviluppo di Internet in Europa, la Direttiva sul commercio elettronico (2000/31/EC) con le sue limitazioni ed eccezioni alle responsabilità dei fornitori di servizi nella società dell’informazione (ISP, caching, hosting). Dagli ultimi documenti trapelati e dalle dichiarazione del Commissario De Gucht, su cui torneremo presto, appare inoltre che è l’Unione Europea a spingere per l’inclusione delle sanzioni penali per le violazioni dei brevetti in ACTA, mentre altre parti vorrebbero limitare tutto l’accordo a copyright e marchi commerciali (nessuna delle parti per ora si è sognata di limitare l’accordo a ciò per cui era nato, la contraffazione su scala commerciale, come peraltro auspicato dalla risoluzione del Parlamento Europeo del 10 marzo 2010).

Le conclusioni di Horns, nell’ipotesi in cui ACTA dovesse essere ratificato e implementato sotto forma di legge nei vari paesi sottoscrittori, meritano inoltre una traduzione integrale:

“Con vigorosa energia, i sostenitori di ACTA sembrano voler fare le cose in grande: forse sperano di poter preservare i bei vecchi tempi dello status quo ante del ventesimo secolo per quanto riguarda la Proprietà Intellettuale, quando non c’era l’Internet cattiva che minacciava modelli di business consolidati. Ma in realtà è estremamente rischioso provare a inscatolare delle porzioni di uno status quo ante quando il muro è completamente coperto di segnali che indicano che si deve cambiare qualcosa e che sicuramente qualcosa cambierà.

In particolare nel campo della legge sul copyright diventa sempre più chiaro che la pura imposizione, quand’anche sia draconiana come sognano i detentori dei diritti, non sarà in grado di salvare modelli di business obsoleti. I clienti semplicemente non si faranno costringere a pagare per beni e/o servizi di cui non sentono la necessità; si prendano come esempio i quotidiani tradizionali. E, se ACTA dovesse mai diventare legge, potrebbe rivelarsi gravemente controproducente se, post festum, il pubblico capisse di essere stato ingannato verso un rigido regime di imposizione della proprietà intellettuale percepito come inadeguato per i modelli di business emergenti del ventunesimo secolo.

Nella peggiore delle ipotesi, questo comportamento potrebbe un giorno dare agli abolizionisti della proprietà intellettuale un impulso decisivo.

Infine, qualsiasi inclusione di misure doganali di enforcement dei brevetti studiate ad-hoc non ha più senso in ACTA di quanto ne avesse in IPRED-2.”

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