La Commissione Europea ha aperto le consultazioni per la revisione della Direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE), la chiave dello straordinario sviluppo commerciale e non commerciale di Internet. In gioco l’attribuzione di responsabilità ai fornitori di servizi come ISP, host e motori di ricerca per i contenuti immessi dagli utenti e per i link pubblicati. Una revisione della direttiva in questo senso sarebbe indispensabile per iniziare ad adattare il quadro legale dell’Unione ad ACTA e per preparare la fine dell’essenza di Internet e del suo carattere aperto nell’Unione Europea.
La Direttiva e-Commerce (2000/31/CE) è giunta al suo decimo compleanno. Grazie ai divieti (sotto precise condizioni), che essa sancisce, di gravare i fornitori di accesso e di servizi Internet di un obbligo generale di sorveglianza e di attribuir loro la responsabilità per i contenuti veicolati o memorizzati, la Direttiva ha guidato in tutti i paesi dell’Unione Europea l’espansione di Internet nell’ultimo decennio, favorendone il carattere aperto e gli sviluppi economici e culturali, stimolando la crescita, l’innovazione e la concorrenza, e ponendosi come pre-requisito per un effettivo esercizio della libertà di espressione e della partecipazione democratica (“Digital Confidence: Securing the Next Wave of Digital Growth”, Booz & Co., Liberty Global Policy Series, 2008).
Ve l’immaginate se i dirigenti delle poste e i postini potessero essere multati, o finire in carcere, per il contenuto dei pacchi spediti da qualcuno? O se i dirigenti di una società dei telefoni fossero parimenti responsabili per i reati perpetrati o favoriti dalle telefonate? Chi sarebbe disposto ad accollarsi questi rischi? E come sarebbe possibile in uno scenario del genere preservare la segretezza della corrispondenza e la privacy nelle comunicazioni? Fin da tempi dell’Impero Romano, con il primo servizio postale della storia utilizzabile anche dai cittadini (il cursus publicus), il legislatore ha accordato al corriere o intermediario ampie esenzioni di responsabilità per il contenuto trasportato (oggi in Europa un ISP “è un mere conduit”, cioè un puro canale).
Almeno dal 2006 grandi corporazioni (tipicamente le industrie cinematografiche e discografiche) hanno individuato nella direttiva uno dei problemi che ostacolano la chiusura di Internet. Queste industrie sono solite inquadrare Internet come un medium tradizionale in cui l’utente dovrebbe limitarsi a ricevere dati, non ad inviarne: una specie di tv via cavo, evoluta ma pur sempre mezzo unidirezionale di cui fruire passivamente. Si veda per esempio il documento della CMBA del 2006 per la Commissione Europea. Qui è possibile vedere chi sono i membri della CMBA.
Niente di più lontano all’attuale panorama, in cui l’inserimento della stragrande maggioranza dei dati “presenti in Internet” (nel senso più ampio) e l’invenzione delle applicazioni più utilizzate sono state realizzate da startup sconosciute o da privati cittadini. Al fine di poter controllare di nuovo i contenuti ed introdurre un regime artificiale di scarsità, come è sempre accaduto con mezzi quali radio, televisione e distribuzione classica legata al contenitore (vinili, cassette, CD, DVD, Blu-Ray…) l’industria dei monopoli intellettuali ha assolutamente bisogno di bloccare, o limitare fortemente, l’upload da parte dei cittadini e allo stesso tempo affermare il principio secondo il quale alcuni diritti fondamentali (in particolare il diritto alla privacy, il diritto a un equo processo e la libertà di espressione) non debbano valere “in Internet”. Infatti, impedire di inserire contenuti presuppone necessariamente il restringimento di almeno alcuni di quei diritti.
Il 2009 è stato un anno terribile per coloro che ancora sognano di monopolizzare i contenuti e di imporne le forme e le modalità di fruizione. Svizzera, Spagna e Finlandia hanno stabilito per legge che Internet (con accesso a “banda larga”) è un servizio universale, al pari di gas, elettricità e acqua; il Consiglio Costituzionale francese ha sancito che la Rete è un diritto fondamentale; infine l’Unione Europea, al termine del lungo processo di co-decisione sul “Telecoms Package”, ha stabilito (Direttiva 2009/140/EC), che l’accesso a Internet è uno strumento essenziale per l’esercizio concreto di alcune libertà fondamentali.
Questi straordinari traguardi raggiunti, tuttavia, mantengono concretezza solo fin quando colui che veicola i dati (“il postino” dell’esempio precedente) è protetto adeguatamente dalla responsabilità per potenziali reati che coloro che usufruiscono del servizio possono commettere tramite lo sfruttamento del servizio stesso. Nel momento in cui coloro che offrono servizio di connettività o di hosting a Internet dovessero essere chiamati a rispondere di qualsiasi infrazione commessa, necessariamente sarebbero costretti a prendere misure cautelative, bloccando o censurando i contenuti immessi dai propri clienti. Questo è il sistema cardine di controllo di Internet sul quale si basa il governo cinese e che viene replicato, come abbiamo più volte scritto, dall’Accordo commerciale anti-contraffazione (ACTA), un accordo fortemente voluto dalle industrie cinematografiche, discografiche e farmaceutiche, che fra le altre cose mira esplicitamente alla chiusura di Internet scavalcando i parlamenti nazionali.
Ora, la Commissione Europea, Mercato Interno, ha aperto una consultazione pubblica per la revisione della Direttiva e-Commerce. La consultazione è aperta a tutti e si chiuderà il 15 ottobre 2010. Si tratta di 77 domande; non è necessario rispondere a tutte, se non lo si desidera.
Il nocciolo della revisione è esattamente la responsabilità degli intermediari (si considerino con molta attenzione le domande 53, 54 e 56), e non c’è dubbio che su tale revisione pesi la presenza del Commissario Barnier, sarkozyano e tristemente noto come acerrimo nemico di Internet, come appare chiaro dalle sue inopportune dichiarazioni in difesa dell’inquietante Rapporto Gallo al Parlamento Europeo (un rapporto studiato specificamente dalla parlamentare sarkozyana Marielle Gallo per sostenere i negoziati ACTA e che sarà votato in settembre, sul quale, come per qualsiasi altro rapporto del Parlamento, sarebbe corretto che un Commissario non esercitasse pressioni), e dai suoi interventi in cui egli costruisce un ragionamento traballante basandosi (incredibilmente) su una ricerca di parte ingannevole, priva di qualsiasi fondamento scientifico e definita da più parti un bidone.
La domanda 57 fa sospettare l’intrusione dei monopolisti dell’intelletto (o dovremmo dire ormai aspiranti tali?) a causa della dicitura “notice and takedown”, e chiede agli europei se sono pronti ad adottare uno schema americano che, fortemente voluto dall’industria, ha fatto danni enormi negli Stati Uniti durante i 12 anni (fu introdotto nel 1998 con il disastroso Digital Millennium Copyright Act) in cui è stato in vigore. Come abbiamo scritto in passato, il notice and takedown è ormai da tempo abusato da soggetti privati per censurare notizie scomode e limitare la creatività, come riportato anche da questa documentazione della Electronic Frontier Foundation. Occorre anche notare che il “notice and takedown” risulta voluto dagli Stati Uniti in ACTA.
Come sappiamo bene, esiste una vecchia generazione di policy maker, supportati dai paladini della censura, che vede Internet come un “problema”, piuttosto che come una potenzialità unica nella storia del genere umano (più potente della stampa, secondo molti autorevoli studiosi – si vedano i libri riportati nella sezione “Letture” di questo blog). Un problema da affrontare tramite una serie di leggi che mirino a controllare, reprimere, smantellare. L’apertura del processo di revisione della Direttiva e-Commerce in un momento in cui al Mercato Interno è presente un Commissario come Barnier segna l’inizio di una nuova, lunghissima battaglia in cui i cittadini, gli attivisti, coloro che lavorano in Internet e con Internet, incluse società di telecomunicazioni, ISP grandi e piccoli, hosting provider, motori di ricerca, piattaforme UGC, dovranno schierarsi fermamente al fine di impedire lo smantellamento del carattere aperto di Internet. Dobbiamo assicurare esenzioni di responsabilità per gli intermediari ancora più ampie e precise, non distruggere quelle attuali, per poter avere un quadro legale che consenta l’effettivo esercizio delle libertà fondamentali in e tramite Internet, che favorisca la nascita di nuove forme artistiche e di espressione e che, last but not least, possa permettere alla Rete di essere uno dei motori principali per la crescita economica del mercato interno.
La guerra per l’accesso continua ad infuriare e coinvolge tutti noi.
3 Responses
Pingback by YBlog
19 agosto 2010 alle 12:34
[...] Revisione della Direttiva sul ACTA [...]
Commento by Speppa
31 agosto 2010 alle 19:28
Ciao
ho seguito il link http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2010/e-commerce_en.htm
quali sarebbero le domande 53, 54 e 56? io non le vedo numerate
Pingback by ScambioEtico
20 ottobre 2010 alle 17:45
[...] del processo di revisione della direttiva ecommerce dobbiamo vederlo con la preoccupazione che si voglia cambiare per adattarla ai contenuti di ACTA [...]
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