TNT blogI fornitori di accesso a Internet sostengono con sempre più energia la necessità imprescindibile di violare la Net Neutrality e di imporre pagamenti addizionali ai fornitori di contenuti. Tuttavia, i modelli di business basati sulla scarsità artificiale e sulla discriminazione dei contenuti sono davvero un sistema per guadagnare di più o gli operatori stanno inconsapevolmente commettendo un lento suicidio? L’analisi di Felten Benoit su Fiberevolution, interamente tradotta in italiano.

Traduzione di Primavera De Filippi
Creative Commons 3.0 BY-NC-SA

Il dibattito sulla neutralità in rete si sta risvegliando, sia in Europa che negli Stati Uniti. Come al solito, le posizioni sono chiare: i fornitori di applicazioni e di contenuti richiedono che Internet rimanga un ecosistema interamente neutrale, mentre gli operatori di rete preferiscono un ecosistema dove la discriminazione del traffico sia permessa.

Ho già scritto di questo argomento in passato, l’obbiettivo di questo post non è di rilanciare l’argomento, soprattutto quando altri come Chris Marsden hanno inquadrato il dibattito molto meglio di come avrei mai potuto fare io.

No, la ragione per questo post è completamente diversa. È comunemente accettato che sia nell’interesse degli operatori di rete essere al cuore di un ecosistema discriminativo. Essenzialmente, i due argomenti di base sono che la discriminazione del traffico permetterebbe loro di:

* amministrare il flusso di rete in modo da impedire agli utenti più pesanti (i cosiddetti “bandwidth hogs”) di rallentare la connessione degli altri utenti,

* stabilire relazioni commerciali con i fornitori di applicazioni e di contenuti per – in effetti – estrarre una tassa per ogni bit di traffico passante sulle loro reti.

Circa un anno fa, io e Herman Wagter pubblicammo un post che ottenne molta attenzione a riguardo dei bandwith hogs. Al momento, mi sto occupando di analizzare alcuni dati che, anche se probabilmente non daranno una risposta definitiva al problema in questione, potrebbero comunque dimostrare che la nostra intuizione iniziale (che il problema dei bandwith hogs è stato esagerato al di fuori di ogni proporzione) era corretta.

Quello che voglio discutere qui è il secondo aspetto, questa idea che in un regime di discriminazione di rete, gli operatori di rete saranno capaci di estrarre profitto dai fornitori di contenuti e di applicazione per finanziare lo sviluppo delle loro reti ed eliminare il rischio derivante dal fatto che la loro remunerazione non dipende dai costi necessari per gestire questo crescente utilizzo della rete.

Penso che questa sia un’illusione, e un’illusione pericolosa per di più.

Da quando gli operatori di rete hanno cominciato ad espandersi in altri campi affini a quelli della comunicazione, ci sono state molte trattative tra loro ed i fornitori di contenuti. In linea di massima, queste trattative non sono state molto benefiche per gli operatori di telecomunicazioni, per lo meno per quanto riguarda la loro remunerazione. L’IPTV ha portato allo sviluppo della banda larga, ma non è un business molto profittevole e molti degli operatori con cui ho parlato hanno detto che se potessero lo eliminerebbero.

Il problema si può ricondurre a due elementi: il fatto che i proprietari dei contenuti si possono avvalere di diverse strade per marketizzare il loro materiale e si fanno concorrenza tra di loro per ottenere i migliori risultati, ed il fatto che i diritti sul contenuto sono talmente frammentati che non esistono economie di scala per la distribuzione dei contenuti.

Nulla suggerisce che in una guerra autorizzata tra gli operatori di rete e i fornitori di contenuti e di applicazioni di nuova generazione, le cose non andrebbero allo stesso modo. Infatti, esistono molte ragioni per pensare il contrario. Le connessioni a banda larga, come ho già sostenuto, non costituiscono un servizio ma solo una cosa che permette ai clienti di accedere ad altri servizi. In altre parole, non compro la mia connessione per il marchio Orange, AT&T o Singtel, la compro perché voglio accedere a Facebook, Youtube e le altri migliaia di servizi disponibili in rete.

Pensateci: se Google rifiutasse di pagare una tassa per accedere alla rete AT&T e di conseguenza terminasse i suoi servizi sulla rete AT&T, chi ne soffrirebbe di più? Penso che sarebbe AT&T, e penso che avrebbe un effetto molto rapido sulla scelta dei consumatori. Non credo che questo si avvererà mai, ma risulta nonostante utile per dimostrare che gli unici fornitori di contenuti e di applicazioni da cui gli operatori di rete potrebbero trarre profitto sono i piccoli fornitori che non si possono permettere di pagare.

E non è neanche la cosa peggiore. Qualche mese fa, ho rilasciato un rapporto intitolato “What if Google paid?” che era essenzialmente ispirato a questo post che ho scritto l’anno scorso. Tutto ciò che fece il rapporto era analizzare questa figura. Una delle conseguenze più sorprendenti (per me) era il numero di dirigenti – sia pure di livello C – al seno degli operatori di telecomunicazioni, che nelle settimane seguenti mi hanno detto che questa mia pubblicazione era stata per loro un’illuminazione.

Lo considero il mio ruolo come analista di dire agli imperatori con cui interagisco che sono nudi (se lo sono), ma in questa istanza mi è sembrato sorprendente che essi potessero assumere una posizione così forte per la discriminazione in rete senza aver mai guardato agli aspetti economici della cosa. Questo indica che all’interno di queste organizzazioni il concetto di discriminazione è visto come un’ideologia e che nessuna informazione fattuale può modificare questa credenza che la discriminazione su Internet permetterebbe di risolvere il percepito problema di ritorni economici.

Questa è la lotta più pericolosa. Quando ci si batte per qualcosa che si crede possa salvarci, mentre in realtà non può, si divertono le risorse dalla risoluzione dei problemi reali. Si tratta di un caso tipico in cui si pone l’attenzione su una minaccia esterna perché occuparsi dei problemi interni (e strutturali) è molto più complicato e sembra essere meno efficace.

Questo è anche un comportamento suicida. La discriminazione in rete è un caso tipico di uno scenario dove tutti ci perdono: gli operatori di rete non hanno nulla da guadagnarci, i fornitori di contenuti e di applicazioni non hanno nulla da guadagnarci, mentre i consumatori hanno tutto da perdere. Difendere la neutralità in rete è importante per molte ragioni. Vorrei solo che quelli che la oppongono sapessero quanto poco guadagno potrebbero ottenere con la discriminazione in rete.

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