TNT blogIl presunto informatore di WikiLeaks sospettato di aver fornito all’organizzazione documenti segreti americani è detenuto in un carcere di massima sicurezza negli Stati Uniti. Dopo sette mesi non sono ancora state formalizzate le accuse. Diritti fondamentali e civili violati, condizioni di detenzione disumane.

Il militare americano Bradley Manning fu arrestato sette mesi fa a seguito della denuncia di Lamo, che durante una chat gli si presentò come giornalista di Wired, garantendo quindi la protezione delle fonti, e spinse Manning a parlare. In base a quanto Manning gli riferì, Lamo lo denunciò alle autorità americane. Manning, se veramente era un informatore di WikiLeaks, violò la regola base, e cioè non parlare con nessuno dei documenti inviati a WikiLeaks. La denuncia di Lamo venne definita da molti come una delazione, o comunque una violazione del codice deontologico dei giornalisti, soprattutto in considerazione del fatto che egli si era presentato come tale a Manning. L’evento scatenò un’accesa discussione dalla quale emersero lati oscuri nella stessa Wired.

Nella chat fra Manning e Lamo fra l’altro emergono le motivazioni che avrebbero spinto il militare americano ad inviare documenti segreti americani a WikiLeaks. Manning avrebbe riferito che quello che aveva letto era orribile e che non voleva più far parte di un meccanismo in cui non si riconosceva. Secondo il ventiduenne, il pubblico avrebbe dovuto essere informato, perché solo con l’informazione il popolo può fare scelte consapevoli.

Manning sperava che la fuga di quei documenti avrebbe provocato un dibattito internazionale intenso che forse avrebbe potuto portare a migliorare la società nel complesso.

La reazione enorme al video dell’elicottero Apache il cui pilota è autorizzato ad uccidere deliberatamente persone disarmate e innocenti gli dava speranza. In sostanza, Manning si riteneva al servizio del popolo, non al servizio di un particolare governo di quel popolo.

Se Manning aveva realmente accesso a quei documenti, è comprensibile che provasse orrore. Ora sappiamo che il governo americano sapeva, nascondeva o incoraggiava festini di stupri di bambini in Afghanistan, con le vittime fornite da un’agenzia di sicurezza privata texana alle milizie afghane, assassinii a sangue freddo di giornalisti internazionali e persone disarmate in Iraq, spionaggio nei confronti del personale delle Nazioni Unite e altro ancora.

In passato persone così venivano chiamate patrioti, come ha fatto giustamente notare nel suo discorso al Congresso americano, che abbiamo trascritto e tradotto integralmente, Ron Paul.

Manning è stato definito un eroe da Daniel Ellsberg, uno degli ultimi giornalisti con il fegato di sfidare con i Pentagon Paper un governo che con le bugie aveva trascinato gli Stati Uniti nella più grande tragedia della propria storia, la guerra del Vietnam.

Oggi quegli eroi vengono privati dal governo americano della loro libertà e sottoposti a trattamenti disumani e crudeli che configurano l’odiosa pratica della tortura, in attesa della formalizzazione delle accuse e di una probabile condanna a vita, nel migliore dei casi, o a morte nel peggiore. A dispetto delle tronfie dichiarazioni di Obama sulla fine della tortura negli Stati Uniti, questa pratica barbara si annida ancora nel cuore di quella che una volta sembrava la patria della democrazia e che oggi appare umiliata e mortificata.

L’eredità di Ellsberg negli Stati Uniti sembra svanire inesorabilmente in mezzo ad una selva mediocre di giornalisti tremebondi, ansiosi di compiacere il regime e della tempra di un mollusco: Julian Assange, redattore capo di WikiLeaks, mesi fa faceva notare che è gravissimo che un pugno sparuto di attivisti riesca a diffondere nel giro di un anno più informazioni di vitale importanza per i cittadini di tutto il mondo di quanto non sia riuscita a fare la stampa mondiale in 20 anni.

L’accanimento contro Manning potrebbe far sospettare che il governo americano voglia spezzare il giovane per costringerlo a dichiarare che lo staff di WikiLeaks è stato suo complice, al fine di poter accusare tutti i membri dell’organizzazione di spionaggio e distruggere completamente WikiLeaks. Il governo americano è probabilmente consapevole che fermare il solo Julian Assange non significa fermare WikiLeaks.

Risulta che Manning è anche cittadino inglese ed il Regno Unito è un altro paese che teoricamente rigetta la tortura e che ha firmato tutte le più importanti dichiarazioni sui diritti umani: vedremo se il governo di Sua Maestà, dopo queste rivelazioni, riterrà opportuno muoversi a difesa di un proprio cittadino, come minimo per evitargli la tortura in un paese alleato, o se preferirà la più comoda strada ossequiosa della volontà e dei capricci dei manovratori dell’Impero.

Manning è stato arrestato da sette mesi e da sette mesi è sotto tortura. Per un riassunto delle terrificanti condizioni in cui viene tenuto Manning, alle quali ultimamente sono stati aggiunte dosi massicce di psicofarmaci per evitare che impazzisca, vi lasciamo agli ottimi resoconti di Anna Masera, direttrice web de La Stampa, e Glen Greenwald, autore di libri di inchiesta del New York Times e giornalista investigativo.

Chi vuole attivarsi per difendere Bradley Manning può trovare tutte le informazioni rilevanti qui:
http://www.bradleymanning.org

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