TNT blogInserire nei provvedimenti legislativi norme vessatorie nei confronti di Internet, per il potere politico, è speculare ad altre cose contenute nei testi sulle quali si vuole evitare che la Rete ponga l’accento. Sono ormai molti gli esempi, da quello clamoroso del disegno di legge anti-intercettazioni a quello più sottile  del decreto Urbani in favore delle attività cinematografiche ma spacciato come contro il P2P. La cosa si è ripetuta con il decreto Romani ed ora si amplifica con l’azione di AGCom. Il regolamento a tutela del diritto d’autore messo in consultazione da AGCom sarà, come in altre occasioni, il topolino partorito dalla montagna, la sola differenza è che questa volta sarà Mickey Mouse. I polveroni sono utili anche per fare da paravento a trattati internazionali che avanzano silenziosi e striscianti come i vermi ma pericolosi come serpenti.

Da alcuni anni Internet è diventato il luogo attraverso il quale si mettono in evidenza gli altarini che i mass media avrebbero invece volentieri tenuti coperti o dato notizia in modo fugace, parziale e senza evidenza alcuna. Sta quindi diventando sempre più diffuso, nelle occasioni in cui si devono far passare leggi che contengono cose a cui dare poca evidenza, il costume di inserire alcune norme contro la Rete, in modo da far così concentrare le critiche degli attivisti su quegli argomenti e distogliendole dal resto.

Anche se ancora il pericolo non è scampato e potrebbe presto tornare all’ordine del giorno, il caso più evidente è indubbiamente il disegno di legge anti-intercettazioni. In quel provvedimento si prefiguravano pesantissime multe per i blogger che non avessero prontamente ottemperato alle richieste di rettifiche nel merito di quanto da essi scritto. Quella è stata la cosa che maggiormente ha preoccupato ed accentrato l’attenzione della Rete, ancor più del fatto che non fosse più possibile pubblicare parti di intercettazioni anche quando non più coperte dal segreto istruttorio, tanto meno del fatto che veniva proibita la registrazione di pubblici processi per metterli a disposizione di chiunque come è solita fare Radio Radicale per le cause di maggiore rilievo, o che addirittura si volesse limitare fortemente il potere della magistratura di poter operare attraverso lo strumento principale per la ricerca di elementi atti a formare le prove nei processi in fase di istruttoria.

Nel 2004, l’allora Ministro della Cultura, Giuliano Urbani emana un decreto “a sostegno delle attività cinematografiche e dello spettacolo”, 72 milioni di euro in 3 anni, e lo maschera premettendo la dicitura “interventi per contrastare la diffusione telematica abusiva di materiale audiovisivo”. Il primo articolo contiene le norme che criminalizzano il P2P ed obbligano i provider a diventare gli sceriffi della rete, il quarto la sostanza monetaria. Si scatenò in Rete -sul primo articolo- il putiferio, ma poiché non bastava a distogliere l’attenzione da quella ingente somma senza parametri di spesa predefiniti (non c’erano indicazioni precise di spesa e qualcuno stava cominciando a collegare come alcune aziende del Premier ne avrebbero tratto beneficio), venne messo il carico da undici per cui anche solo per trarne profitto (non comprare il prodotto) scaricare un’opera coperta da copyright comportava una pena fino a 4 anni di carcere ed elevata multa, si inseriva l’equo compenso e si ritirava la norma dei provider sceriffi. Tutto il pandemonio che scaturì, in particolare a causa della carcerazione per scaricare una canzonetta, ha messo la sordina a quegli 80 milioni genericamente stanziati a sostegno di attività cinematografiche e dello spettacolo. Dopo 10 mesi, senza che sia mai stato innescato alcun procedimento per condannare qualcuno al carcere (nonostante una disobbedienza civile di Marco Cappato),  con un altro decreto viene reinserito lo scopo di lucro per poter comminare condanne carcerarie.

La storia si ripete con contorni più marcati in occasione del decreto Romani, il virus del regolamento AGCom, in recepimento di una direttiva europa (AVMSD) in tema regolamentazione radiotelevisiva. Nel decreto attuativo vengono inserite norme che limitano in maggior misura la pubblicità per i canali TV che non trasmettono in chiaro, che non era richiesta dalla direttiva, creando così un pesante danno a Sky, il maggior concorrente di Mediaset. Questo capitolo torna ad essere sulla Rete messo in sordina perché nel decreto si ampliano gli obblighi previsti per le TV anche a tutti i siti privati e si equiparano i servizi videosharing alle WebTV. Ovviamente gli attivisti della Rete si concentrano su questi ultimi punti e la questione della pubblicità viene dimenticata. La protesta che si è scatenata ha indotto il Governo a fare alcuni passi indietro, ma ne è uscito lo stesso un provvedimento che, anche a parere di molti esperti, è andato oltre le disposizioni della direttiva AVMSD. Il regolamento che AGCom ha messo in prima consultazione è ulteriormente andato oltre da quanto previsto dal decreto Romani che lo ispira, ciò ha di nuovo scatenato la forte protesta della Rete che già è riuscita a far fare qualche passo indietro, ma l’articolato che ha recentemente prodotto è ancora chiaramente incompatibile con la legislazione italiana vigente e con le direttive europee. Per questi motivi è prevedibile che, alla fine della fiera, verrà adottata solo la prima parte di quel regolamento, laddove si prevede il tavolo tecnico per trovare, tra una serie di altre cose, misure commerciali idonee a disincentivare il filesharing di materiale protetto da copyright in favore di una più ampia offerta legale.

Andiamo a vedere quali sono i punti di cui si tratterà in quel tavolo (a cui noi di ScambiEtico chiederemo di partecipare esclusivamente per quanto riferito al punto F) di cui a pagina 4 del regolamento

a) promozione dell’offerta legale tramite l’individuazione delle misure di sostegno allo sviluppo dei contenuti digitali e delle soluzioni idonee alla rimozione delle barriere normative e commerciali;

b) adeguamento delle condizioni contrattuali dei fornitori di servizi alle procedure di cui agli articoli 6 e 7;

c) predisposizione di codici di condotta dei fornitori di servizi;

d) promozione di accordi tra produttori e distributori per la riduzione delle finestre di distribuzione;

e) promozione di accordi tra operatori volti a semplificare la filiera di distribuzione dei contenuti digitali in ordine alle nuove modalità di fruizione favorendo l’accesso ai contenuti premium;

f) individuazione di criteri e procedure per l’adozione di accordi collettivi di licenza;

g) realizzazione di campagne di educazione alla legalità nella fruizione dei contenuti;

h) creazione di un osservatorio per monitorare i miglioramenti della qualità e la riduzione dei prezzi dell’offerta legale di contenuti digitali.

La lettera A è piuttosto vaga, nella prima parte leggo “misure di sostegno” e quelle parole mi fanno sempre pensare che ci sia da mettere dei soldi, nella seconda parte le “soluzioni idonee alla rimozione delle barriere normative” mi fa’ pensare che il tavolo che semplicemente lavorerà per trovare proposte da indicare al legislatore, spero non a come aggirare quelli esistenti.

La lettera B cercherà di far inserire dai fornitori di servizi, nei contratti che gli utenti mai leggono ma che fanno testo, il fatto che i loro contenuti possono essere rimossi senza che i clienti/utenti possano rivalersi nei loro confronti, sempre  oltre al mandato previsto della direttiva media audiovisivi e dal decreto Romani.

Per quanto riguarda la lettera C ancora non mi è chiaro cosa sia un codice di condotta, ma se vuol dire che tassativamente i fornitori di servizi devono fare come dice AGCom, restiamo nuovamente in un circolo vizioso estraneo alle competenze di AGCom.

La lettera D e F quasi certamente non produrranno nulla per la esplicita contrarietà delle aziende/organizzazioni interessate, come difatti già scritto in molte delle osservazioni alla prima consultazione.

La lettera G impegnerà risorse economiche dell’Autorità (statali), speriamo abbiano almeno il buon gusto di non equiparare, come hanno finora fatto le major, il download della copia di un file al furto. Non si capisce però il motivo per cui i cittadini debbano finanziare campagne alla legalità -per la tutela economica di un settore commerciale- e non per altri settori, come se l’illegalità delle copie materiali di accessori di abbigliamento fosse meno grave o addirittura ininfluente.

La lettera H prevede un osservatorio sulla cui utilità ho grandi perplessità, ma sarà utile ad impegnare risorse umane/economiche dell’Autorità distogliendole da altre cose per le quali principalmente AGCom è stata creata e di cui dovrebbe occuparsi, innanzitutto sul diritto alla conoscenza, prodotta dai mass media, correttamente imparziale e realmente plurale, la quale, sull’assunto del conoscere per deliberare, è alla base della democrazia.

In sostanza pare plausibile ipotizzare che tra le cose concrete che questo tavolo riuscirà a partorire, con il sostegno della maggioranza dei partecipanti, saranno quelle indicate nella lettera A-B-C-G-H e sopratutto il contenuto della lettera E che, per puro caso, andrà a favorire il servizio premium su cui Mediaset sta da tempo investendo.

Ecco, questo sarà il Mi©key Mouse che la montagna partorirà. Nel frattempo il polverone alzato in questi mesi, in concomitanza a quelli sollevati in altri Paesi, servirà per cercare di continuare a mantenere  su ACTA la cortina di non attenzione, presumiamo presto anche di disinformazione, che ha consentito al trattato di arrivare ai round finali con il presupposto di vincere ai punti un “match” clandestino viziato da vistose scorrettezze.

Nella peggiore delle ipotesi, vale a dire che AGCom per compiacere qualcuno persegua l’idea di voler fare lo sceriffo nel Far Web fintanto che Organi Superiori le daranno la bastonata sulle orecchie, sarà lo stesso un topolino grazie a TOR, alle VPN ed in particolare alla miriade di PROXY gratuitamente utilizzabili da chiunque anche senza esperienza alcuna.

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